LA STORIA


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Le origini di Annifo si perdono in una preistoria purtroppo non documentata. E non solo perché altrimenti non sarebbe preistoria, ma soprattutto per il fatto che mancano studi sistematici sull’argomento. Non sappiamo nemmeno se ci siano stati insediamenti dell’età della pietra, anche se la presenza di sorgenti e la ricchezza di selci adatte a preparare arnesi farebbero pensare di sì. Lu Castellaru
Lu Castellaru, particolare Segni della protostoria del paese sono i castellari: terrapieni di forma ovale, con una rampa di accesso alla piattaforma, circondata da un argine, e un fosso alla base. Sono posti sulla sommità delle alture che si alzano intorno alle prata e alle spalle del paese, e sembrano organizzati in uno schema di controllo delle vie di comunicazione e di accesso agli altipiani. Vi si trovano piccoli resti di manufatti e laterizi in terracotta molto grezza. Notevole il castellaro di Talogna, a 965 metri di altitudine. La loro costruzione si può collocare tra la fine del VII secolo e la conquista romana. Ai piedi delle alture che ospitano i castellari, sono stati rinvenuti - nel caso di Annifo soltanto casualmente e da parte di privati - segni della presenza di necropoli e di villaggi di capanne, che dimostrano la presenza di popolazioni di Umbri.
I reperti hanno permesso di di ricostruire gli aspetti sociali e culturali di questa comunità, che si era strutturata in classi: una classe dirigente, in costante rapporto con l’Etruria - come dimostra anche la tomba principesca di Annifo, rinvenuta casualmente negli anni ‘50 - e una classe di addetti alla pastorizia e all’agricoltura. In età romana l’egemonia della zona fu conquistata da una città di Umbri che prese il nome di Res Publica Plestinorum, a dimostrazione dell’importanza logistica che i Romani attribuirono alla zona, scoperta nel 310 a.C. in occasione dell’alleanza con gli Umbri di Camerinum. I Romani fecero degli altipiani un importante nodo stradale: non per nulla qui avvenne lo scontro - tre giorni dopo la disfatta del Trasimeno nel 217 a.C. - tra le truppe del cartaginese Maarbale e i Romani, che subirono una pesante disfatta. Attraverso le Prata de Martu - toponimo che è lecito derivare da Marte, dio della guerra - la strada Nucerina collegava Plestia a Nocera e alla strada consolare Flaminia. Il territorio, organizzato secondo uno schema razionale, con insediamenti sparsi in stretto rapporto con le possibilità di mantenimento e sfruttamento del territorio (divide et impera...), si dotò di due santuari, di cui uno sul fianco orientale di Monte Pennino: gli anziani del paese conoscono bene le Grotte di Sant’Angelo, che rappresentano quanto ne rimane.
La storia vera e propria comincia poco dopo l'anno 1000, quando, nei dintorni, sorsero altre città, Landolina, Talogna, e monasteri, Lu Cunventu tra gli altri, sopra la Fonte Granne ai piedi del Pennino. A quest’ultimo - S. Pietro di Landolina - è strettamente legata la storia di Annifo.
Landolina era una gastaldia da cui dipendevano varie corti, tra cui Annifo, che ne seguì le sorti quando, nel 1114, Monaldo di Bucco e Rodolfo di Lamberto, conti di Postignano di Nocera, cedettero i loro diritti sul monastero alla Canonica della cattedrale di Foligno.
Nel 1150, anche l’abate del monastero cedette alla Canonica di S. Feliciano tutti i beni e i diritti, tra cui le chiese di S. Nicolò, S. Silvestro e S. Apollinare. Fu così che, nel secolo successivo, quando i Comuni si spartirono gli Altopiani Plestini, Foligno estese i suoi confini ad Annifo, che rimase però legata - con frequenti controversie - alla diocesi di Nocera fino al 1938. Lu Castellu
La Fonte Talogna Del 1300 è il Castello di Annifo - di cui sono tuttora visibili i resti - costruito dai Folignati a controllo delle vie di collegamento con le Marche. Sulla fine del ‘500 il paese, come ancora oggi, era costituito da quattro piccoli agglomerati principali: Colle, Fosse, Villa Balciana (o forse meglio Valgiana) e Coderone. Poco lontano sorgevano Talogna, di cui oggi resta solo una sorgente, e Villalba, dal lato opposto delle Prata, scomparsi verso la fine del 1700.
La chiesa parrocchiale, al centro della Villa - ma forse in passato situata più in alto, se non è senza senso il toponimo Césola, cioè chiesuola - è dedicata a S. Elena, madre dell’imperatore Costantino. C’è chi ne attribuisce la dedicazione ai Bizantini che riconquistarono Nocera dopo la guerra gotica, o a monaci orientali che ne rievangelizzarono il territorio. A questo si farebbe risalire anche il toponimo Annifo, che deriverebbe dall’aggettivo greco agànniphos, luogo molto nevoso. Neve e ghiaccioli
Ma l’analogia è con il nome letterario e non con quello originario, che sembra essere Nifu. Lo stesso si può dire per l’altra derivazione dal latino Hannibal fuit (qui c’è stato Annibale). Della chiesa, comunque, si hanno notizie solo dopo il 1200. Diventata parrocchiale, da essa dipesero le chiese di S. Nicolò (Coderone), S. Pietro (Fosse), S. Lorenzo (Colle), S. Maria (Villalba), S. Giovanni (Talogna). Fino a pochi anni fa si soleva ancora festeggiare «la' le Fosse» la solennità dei Santi Pietro e Paolo e sono molti coloro che ricordano l’usanza di preparare un’acqua profumata con rose e fiori di campo per la festa di S. Giovanni. Nel 1778, dall’allora parroco Celestino fu acquistato a Roma, con indulto di Pio VI un corpo santo che, con questo stesso nome, è tuttora venerato patrono del paese.
Processione di S. Celestino in tempo di guerra Della vitalità religiosa della popolazione testimonia il rilevante numero di confraternite: fin dal 1573 è documentata una Confraternita del Santissimo Sacramento; del 1611 è la Confraternita del Santissimo Rosario, a cui verso la fine del '700 fu unita la Compagnia dei Sette Dolori. Di queste confraternite sono tuttora segni i camici con mantellina e i bastoni con il calice e l'ostia stilizzati che servono per guidare le processioni.Tradizionalmente la carica di Camerlengo della Confraternita - in questo secolo - è stata appannaggio degli uomini della famiglia De Santis.
Alla vita della parrocchia è legato un evento storico di grande rilevanza: ad Annifo fu fondato - da Fra' Andrea da Faenza nel 1492 - un Monte Frumentario che, unico nella storia di questa istituzione - continuò ad operare fino alla fine del 1700. Il Monte Frumentario aveva lo scopo di calmierare i prezzi del grano e dei cereali, favorendo così l'elemento povero della classe degli agricoltori, mediante il prestito con l'obbligo della restituzione all'epoca del raccolto. Il monte prestava senza interessi o ad interessi molto bassi, ponendosi così anche come istituzione antiusura. Al monte si poteva contribuire anche con elemosine in natura. I soliti meno giovani ricordano la tradizione - viva ancora negli anni '50 - di portare un sacchetto di grano in chiesa come elemosina il Giorno della Santa Infanzia. Negli ultimi due secoli, la popolazione ha oscillato dalle 700 persone per 90 famiglie che si contavano ancora nei primi anni 60, fino alle 350 persone circa di oggi, per lo stesso numero di famiglie. Notevole fu il fenomeno della migrazione, soprattutto verso le Americhe, alla fine dell'800, ma anche verso la Maremma, romana e toscana. Notevole è stato il contributo della popolazione alle vicende belliche, di quest'ultimo secolo: ne fa fede il monumento, una volta circondato da pini piantati in memoria dei caduti, che era collocato nei pressi della chiesa. Non mancarono lutti durante la guerra di liberazione né deportazioni dopo l'armistizio dell'8 settembre 1945. Fortemente legata all'agricoltura, la comunità è stata, però, sempre pressoché autosufficiente anche per quanto riguarda la fabbricazione di aratri, la muratura, la forgiatura e saldatura del ferro, la falegnameria e altri mestieri tecnici secondo le necessità. Nei primi anni '60 si verificò un forte movimento verso le città, in cerca di lavoro e di sistemazione: la popolazione si ridusse a circa la metà, sia per individui che per famiglie. Il numero di queste ultime ha raggiunnto di nuovo un valore vicino al massimo, per la formazione di nuovi nuclei e per un certo riflusso dalla città. In epoca vicina a noi si ricorda il restauro (1957-'59) della chiesa parrocchiale - oggi completamente distrutta dal sisma - e l'arrivo dell'acqua corrente (1960) nelle case.
Un avvenimento che forse non si può ancora definire storico, ma che segnò un forte cambiamento nel tessuto culturale e dei rapporti umani, fu l'avvento della televisione nel 1956.
Per la gran parte delle note storiche, dobbiamo gratitudine a Mons. Mario Sensi, insigne studioso

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Pagine a cura di Marika Sampaolo
Testi di Massimo Bernabei